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Il golpe del coniglio mannaro

(editoriale di Liberazione del 29 luglio 2010)

Come sempre la Fiat segna i tornanti fondamentali della storia del paese. Nel ’69 le lotte operaie aprirono la stagione dell’autunno caldo e del sindacato dei Consigli. Nel 1975 la firma tra Agnelli e Lama sul punto unico di contingenza aprì la strada del compromesso sociale e produttivo su cui si innervò il compromesso politico nell’unità nazionale. Nel 1979 prima e nel 1980 poi la Fiat decise di porre fine a quel compromesso sociale e politico con il licenziamento dei 61 prima e con la messa in cassaintegrazione dei 23.000 poi. E non si dica che questi passaggi riguardano solo il rapporto tra operai e azienda. La Fiat agisce come classe dirigente che si pone il problema di modificare il quadro complessivo del paese, agisce come un partito. Se volete, per essere più precisi, la Fiat agisce come un comando militare, fortemente centralizzato, che si pone l’obiettivo di sbaragliare le truppe avversarie. Il linguaggio della guerra parla infatti in queste settimane Marchionne, che non a caso si pone l’obiettivo di fare , attraverso un plebiscito prima e un colpo di stato poi, la riscrittura complessiva della costituzione materiale e formale della Repubblica Italiana. A Pomigliano ha cercato il plebiscito, cioè il consenso passivo degli operai sulla distruzione del contratto nazionale di lavoro, sull’aggiramento delle leggi della repubblica e sulla violazione della Costituzione. Gli è andata male e la reazione di Marchionne è stata rabbiosa, da coniglio mannaro qual è: taglio degli stipendi, licenziamenti politici, ulteriori ricatti sui posti di lavoro. Oggi nei fatti annuncia un colpo di stato con la scelta unilaterale di far saltare il contratto nazionale di lavoro. E non si dica che Marchionne è isolato. Tanto il centro destra quanto il centro sinistra condivide l’idea di Marchionne che la globalizzazione neoliberista è un fenomeno naturale, oggettivo e che il compito dell’impresa è quello di sbaragliare la concorrenza. Da questa impostazione Marchionne ne trae l’idea che la fabbrica deve essere una comunità combattente, deve avere la disciplina di un plotone al fronte e che quindi qualsiasi dialettica sindacale è intollerabile. Per Marchionne uno sciopero equivale alla diserzione e non a caso il dictat di Pomigliano prevede il licenziamento se uno sciopera quando c’è lo straordinario. Questa idea di impresa è condivisa caldamente da tutta la destra e in modo più velato da larga parte del PD, che non a caso è sostanzialmente muto. E’ del tutto evidente che in questo quadro Marchionne appare semplicemente come uno che tira le conseguenze logiche di un ragionamento che in realtà quasi tutti condividono. Qui sta la forza di Marchionne e qui sta l’intreccio tra il suo golpe in fabbrica con la politica di Berlusconi. A nessuno può infatti sfuggire che Berlusconi si propone di modificare la Costituzione e Marchionne lo fa. A nessuno può sfuggire che Berlusconi estende alla politica la stessa idea organicista ed antidemocratica che Marchionne ha della fabbrica. Qui sta il nocciolo completamente antidemocratico del capitalismo odierno. L’idea che la società sia un immenso campo di battaglia in cui le aziende organizzate come eserciti si combattono è una idea non solo estranea ma completamente incompatibile con la democrazia.
Quello di Marchionne è quindi un vero e proprio colpo di stato, è un passaggio dalla guerra di posizione alla guerra di movimento, è un “blitz krieg” alla Rommell. L’obiettivo di Marchionne -come quello di Berlusconi – è quello di chiudere il secondo dopoguerra con il suo riconoscimento costituzionale della dignità del lavoro e dei limiti vincoli sociali all’iniziativa privata. Risulta chiarissimo come la crisi venga utilizzata come crisi costituente, come una guerra, che deve portare con se la chiusura di una fase per aprirne un’altra. Vogliono chiudere la fase della “repubblica fondata sul lavoro e nata dalla resistenza” per sostituirla con un regime basato sulla centralità dell’impresa, sulla mercificazione integrale e la distruzione di ogni soggettività del lavoro.
In questo contesto l’appello alla politica per mitigare gli effetti delle scelte dell’aziende o il richiamare ai comuni interessi tra lavoratori è peggio di un errore, è una insopportabile mistificazione.
Per sconfiggere questo disegno occorre in primo luogo demistificarlo. Occorre spiegare cosa sta succedendo usando il linguaggio crudo della lotta di classe, perché di questo si tratta. L’ideologia neoliberista ci ha tolto le parole, occorre riappropriarsene rapidamente per poter nominare cosa sta succedendo: un gigantesco processo di modernizzazione reazionaria che punta ad un cambio di regime. Occorre spiegare chiaramente che la globalizzazione neoliberista così come le scelte della Fiat non sono oggettive, non sono dettate da uno stato di necessità. Sono scelte politiche e come tali contestabili e modificabili. Occorre mettere in discussione l’universo simbolico neoliberista costruito in anni di pensiero unico.
In secondo luogo è chiaro che l’attacco della Fiat non può essere sconfitto su un piano puramente sindacale, o lasciato semplicemente sulle spalle dei lavoratori della Fiat. Il progetto di Marchionne deve essere attaccato e sconfitto sul suo terreno, quello politico. Il punto è allora la costruzione di una opposizione che intrecci questione democratica e questione sociale. Partiamo da subito a preparare la manifestazione del 16 di ottobre convocata dalla Fiom. Costruiamola sui territori e nei luoghi di lavoro per farne il punto attorno a cui costruire l’opposizione al progetto di Berlusconi, Marchionne e Banca Centrale Europea. Il no di Pomigliano, le lotte degli operai Fiat, le firme contro la privatizzazione dell’acqua ci parlano di una soggettività non piegata. Dobbiamo unificare queste soggettività in un movimento di massa contro il regime Marchionne-Berlusconi, per coprire il vuoto di opposizione, per costruire una sinistra degna di questo nome.

Commenti

Commento di Augusto
Il 29 luglio 2010 alle 20:54

In riferimento all’editoriale di Liberazione del 29 luglio 2010 “Golpe del coniglio mannaro”, apprezzando e condividendo quell’articolo aggiungo che nei confronti del loro stato i capitalisti francesi, tedeschi, inglesi ed altri, non credo siano meno succhioni della confindustria nostrana. Esiste, però, un MA grosso come una montagna perché i loro apripista dimostrano di non essere retrogradi come l’apripista, amministratore delegato, della Fiat; non palesano assolutamente un loro programma che preveda di umiliare nel morale e nel fisico i lavoratori fino al punto in cui si vorrebbe arrivare in Italia.
Ora, in considerazione del fatto che il grado di civiltà e benessere di una società rispecchia il livello, la modernità e l’efficienza dei propri mezzi di produzione, incluse le maestranze: i lavoratori che li muovono e li fanno andare, travasando loro la propria energia, conferendogli vitalità per tutto il corso del periodo in cui più dinamica è la capacità creativa, non si può non ritenere questi ultimi l’orgoglio di una società dal punto di vista economico, culturale, partecipativo; in una parola, democratico!
Ciò che tra l’altro esiste di paradossalmente tragico in “senno” ai capitalisti nostrani sta nella miope voracità che impedisce loro di vedere quanto detto, e quando riescono a distinguerlo ne sentono paura. Marchionne e Confindustria non sanno andare un dito oltre la compressione e la riduzione del sistema produttivo, colpendo e deprimendo il suo valore dal lato umano, alla gelida conta degli utili.
Senza intenzione alcuna di voler lodare i capitalisti d’Oltralpe, azzardo nel credere che almeno su questo, sia per loro volere oppure no, ci penserebbero su prima di far sprofondare la società al punto in cui si vuol fare depauperare quella italiana!
Se Fiat e Confindustria chiamano, il governo, loro Comitato d’Affari, risponde; pronto a dissipare con cecità e rozzezza ogni valore sociale espresso dai lavoratori, sacrificandoli sull’altare del tornaconto privato di pochi voraci predatori!
Come giustamente ed in modo solare è spiegato nell’editoriale, esiste il rischio che il problema del conflitto Fiat sia considerato in modo riduttivo, pur essendo un problema sociale, cioè politico e che, dunque, si può risolvere soltanto politicamente; politicamente se n’evidenzia l’ostacolo alla soluzione. Questo si sa qual è e dove si trova. Non resta che darsi da fare per rimuovere quanto prima questo governo!

Saluti comunisti

Commento di l’etranger
Il 30 luglio 2010 alle 01:15

‘Occorre spiegare chiaramente che la globalizzazione neoliberista così come le scelte della Fiat non sono oggettive, non sono dettate da uno stato di necessità. Sono scelte politiche e come tali contestabili e modificabili’

Very well put!

Commento di claudia- ts
Il 30 luglio 2010 alle 17:53

Evidentemente esiste uno Statuto della gobalizzazione selvaggia che mira alla lotta di classe.”A la guerre comme à la guerre?” Sì, ma presto.

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